Dici “Il muro” e in questi giorni potresti pensare a quel Trump in guerra aperta col Congresso per quei 5 miliardi di dollari che ballano sulla questione del muro al confine col Messico.

Oppure, restando in casa nostra, potresti anche pensare a quel Salvini che porta avanti la linea da pistola subumano che prevede la chiusura totale dei porti – ma resta nei fatti che il 70% di crollo degli sbarchi lo ha ereditato da quel furbacchione di Minniti che aveva provato a limitare il disastro elettorale piddino con la mossa della disperazione di cui ora il ganassa padano porta vanto – e annesse leggi pseudo-razziali sui migranti.

Ma la notizia che passa praticamente sotto silenzio è quella del completamento della barriera marittima tra Israele e Striscia di Gaza.

Israele al quale i due succitati fanno da paggi in qualità di fieri zerbini.

I nostri impavidi giornalisti avevano battuto la notizia dell’avvio dei lavori nel maggio 2018, dopo di che silenzio. E oggi nessuno ha voglia di aggiornare gli astanti sull’ennesimo folle progetto di stampo nazista portato a termine dal governo israeliano.

Nell’attesa che le redazioni italiane si destino dal sonno ristoratore post bagordi di fine anno condividiamo noi il trionfalismo dei media israeliani.

Il Times of Israel (https://www.timesofisrael.com/gaza-sea-barrier-nears-completion/) fornisce sommarie informazioni e mette in risalto il “motivo” per il quale è nato il muro marittimo.

Impedire incursioni di Hamas via mare.

La memoria corre a quel tentativo di uno sparuto gruppo di terroristi che ovviamente fu immediatamente liquidato dall’esercito israeliano, che però lasciò loro lanciare qualche granata coreografica. Sai mai che poi ti dicano che stai un tantino esagerando.

E poco importa se il risultato è aver reso ancora più soffocante l’assedio alla popolazione di Gaza, ormai chiusa fisicamente da terra, cielo e mare.

Middle East Eye (https://www.middleeasteye.net/news/israel-completing-sea-barrier-gaza-766762103) fornisce in aggiunta una esauriente mappa che evidenzia cosa accadrà in particolare ai pescatori palestinesi.

E qui si torna agli accordi di Oslo che sancirono tra l’altro ben precisi limiti territoriali in grado, per quanto possibile, di garantire uno spazio minimo di sopravvivenza per una delle attività di sostentamento fondamentali per la popolazione palestinese.

Siamo nei primi anni ’90 e le miglia nautiche si aggiravano attorno a quota 20 (ovvero 37 km circa dalla costa).

Ora, cosa accadde qualche anno più tardi?

Nel 2000 salta fuori che a 36 km dalla costa c’è il Gaza Marine (http://www.petroleum-economist.com/articles/midstream-downstream/lng/2018/gaza-gas-stranded-at-sea), un importante giacimento di gas che avrebbe potuto dare una grossa mano al popolo palestinese, legittimo proprietario del braccio di mare interessato dalla scoperta.

Ma la situazione della zona suggerisce a Shell, che aveva rilevato la BG, autrice della scoperta, di mettere in stand-by ulteriori esplorazioni. La concessione scadrà nel 2024.

Ora che i pescatori palestinesi sono costretti a non andare oltre le 9 miglia (meno della metà rispetto agli accordi di Oslo) marittime non è che si rimetterà in moto la macchina per lo sfruttamento di questo giacimento?

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