In questi giorni tivvù e giornali di regime sono dominati dalle chiacchiere sugli “incontri del secolo” in Alaska (Trump-Putin) e a Washington (Trump-picciotti europei) grazie ai quali si procede a tentoni con la diplomazia mentre la Russia porta avanti la sua campagna ucraina (che non finirà finché non sarà arrivata a Odessa o giù di lì).

L’attenzione sta quindi scemando rispetto all’altro teatro di guerra più in vista – perché giova sempre ricordare che sono in corso 52 conflitti della cui maggior parte l’opinione pubblica mondiale non è nemmeno a conoscenza – che è quello di Gaza e della Cisgiordania.

In questi giorni sta lavorando forte la propaganda sionista, meglio nota come Hasbara, grazie alle quale lor signori intendono ripulire l’immagine di Israele inventando la qualunque pur di screditare chiunque denunci il genocidio in atto.

Oggi vediamo tre articoli nei quali si parla di prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, insediamenti illegali in Cisgiordania e del piano che starebbero discutendo Israele e Libia per la ricollocazione dei deportati palestinesi che, come ormai dovrebbe essere chiaro a tutti, i sionisti vogliono eliminare del tutto da Gaza e dintorni.
Protagonisti dei primi due articoli sono i due ministri-macellai Ben Gvir e Bezalel Smotrich.

Il primo ha esibito il trattamento riservato ai prigionieri mostrando le condizioni pietose in cui versa Marwan Barghouti (66 anni, condannato a 40 anni di carcere, non a caso indicato come un possibile leader politico palestinese se non fosse rinchiuso a marcire nelle patrie galere sioniste – https://www.middleeasteye.net/news/israel-ben-gvir-threatening-marwan-barghouti-video).

Ben Gvir esibisce e ammonisce il prigioniero Barghouti

Nell’articolo in questione però vediamo Gvir sfoggiare in carcere gigantografie di Gaza in rovina davanti ai prigionieri (https://www.middleeasteye.net/news/israel-ben-gvir-photos-gaza-destruction-prisons) al motto di: “capiscano che non si scherza con il popolo di Israele“.
Si ricorda poi come i prigionieri subiscano torture di ogni genere da parte della “unica democrazia” mediorientale.

Ben Gvir mostra orgglioso la distruzione sionista a Gaza

Ben Gvir, ministro israeliano della Sicurezza Nazionale, espone foto della distruzione di Gaza nelle carceri

Il ministro della Sicurezza Nazionale schernisce i prigionieri palestinesi con immagini e afferma che uno di loro ha riconosciuto la sua casa tra le macerie

Il ministro della Sicurezza Nazionale israeliano, Itamar Ben Gvir, ha presentato la nuova aggiunta alle carceri che ospitano i palestinesi: manifesti che mostrano immagini delle loro case distrutte.
In un video pubblicato mercoledì mattina sul canale Telegram di Ben Gvir, il ministro è in piedi davanti a una delle grandi immagini, alte e larghe diversi metri.
Ben Gvir è visto gesticolare con orgoglio verso una strada piena di edifici distrutti a Gaza, con palestinesi in piedi accanto alle macerie.
Secondo quanto riferito, i prigionieri sono costretti a passare davanti ai manifesti mentre vanno a fare il loro turno quotidiano in giardino. Ben Gvir afferma persino che uno dei prigionieri ha riconosciuto la sua casa tra le macerie.
Il video è stato pubblicato con una didascalia che afferma che le foto vengono esposte affinché i prigionieri palestinesi “capiscano che non si scherza con il popolo di Israele”. Si tratta dell’ultima mossa di un crescente schema di abusi israeliani sui palestinesi in custodia.
La scorsa settimana è stato pubblicato un altro video in cui Ben Gvir è stato filmato mentre visitava Marwan Barghouti, il più importante prigioniero palestinese, e lo minacciava dicendo che Israele avrebbe “annientato” chiunque si opponesse.
Oltre 10.000 prigionieri palestinesi sono detenuti nelle carceri israeliane, secondo l’organizzazione di controllo Addameer, più del doppio del numero prima che Israele iniziasse il genocidio a Gaza nell’ottobre 2023.
Dall’inizio della guerra, gli abusi su questi prigionieri sono aumentati in frequenza e intensità.
Le organizzazioni che hanno raccolto le testimonianze di prigionieri attuali ed ex prigionieri descrivono dettagliatamente modelli di tortura e abusi che includono fame, violenza fisica, aggressioni sessuali e livelli estremi di isolamento di massa.
Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (Ocha), il Centro Satellitare delle Nazioni Unite e il Cluster Rifugi dell’UNHCR, Israele ha distrutto o danneggiato il 92% delle unità abitative all’interno di Gaza, il 70% di tutte le strutture, e ha lasciato 1,3 milioni dei 2,2 milioni di abitanti di Gaza bisognosi di rifugi di emergenza.
Le riprese satellitari mostrano come le città di Rafah e Khan Younis, nel sud di Gaza, siano state rase al suolo.
Ben Gvir conclude il video indicando l’immagine di Gaza in rovina, dicendo: “Ecco come dovrebbe apparire”.

Nel secondo articolo il protagonista è Smotrich il quale spiega come Israele in Cisgiordania stia cancellando di fatto i palestinesi con il continuo allargamento degli insediamenti illegali di coloni (https://www.middleeasteye.net/news/israel-approves-e1-settlement-smotrich-says-palestinian-state-being-erased).

Bezalel Smotrichgioca” con le mappe

Per capire meglio ecco le sue parole:


Lo Stato palestinese viene cancellato dal tavolo delle trattative, non con slogan, ma con azioni concrete. Ogni insediamento, ogni quartiere, ogni unità abitativa è un altro chiodo nella bara di questa pericolosa idea


Non avrebbe potuto essere più chiaro di così.


Ancora una volta ricordo che Donald Trump non si lascia sfuggire neanche una parola sulla Cisgiordania poiché è stato pagato dalla lobby ebraica USA per lasciar fare fino ad arrivare alla completa annessione di quei territori.
Il bello (si fa per dire) è che Smotrich ha ragione. Una volta terminata questa fase parlare di stato palestinese sarà ridicolo (ma già oggi è superfluo).
Lascio al lettore il confronto col testo perché rileggere le parole di questi delinquenti fa salire l’incazzatura per l’inazione dei nostri governanti da strapazzo.
Ricordiamo solo che già oggi 700.000 coloni israeliani vivono in circa 300 insediamenti illegali in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Qualche idiota al comando dalle nostre parti mi spieghi come si potrebbe risolvere la situazione nel caso in cui a settembre i buontemponi dovessero davvero riconoscere lo stato palestinese.

Israele approva l’insediamento E1 per “cancellare” lo Stato palestinese con “azioni, non slogan”

Il comitato per gli insediamenti approva automaticamente 3.400 unità abitative, il che, secondo il ministro delle Finanze, lascerà “i leader ipocriti in Europa senza nulla da riconoscere”

Israele ha approvato automaticamente la costruzione del progetto di insediamento E1 nella Cisgiordania occupata, in una mossa che un ministro ha descritto come “cancellare” uno Stato palestinese “non con slogan, ma con azioni”.
Mercoledì, la sottocommissione per gli insediamenti dell’Amministrazione Civile ha approvato la costruzione di 3.400 nuove unità abitative nel territorio palestinese occupato.
La maggior parte di esse sarà costruita vicino a un insediamento esistente a Maale Adumim, in un’area che mira a collegare gli insediamenti in Cisgiordania con Gerusalemme Est occupata.
Il piano include anche 342 unità in un nuovo insediamento ad Asael, nel sud della Cisgiordania.
Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze israeliano, ha dichiarato: “Oggi stiamo mettendo in pratica fatti storici. In E1 stiamo finalmente realizzando ciò che è stato promesso per anni. Questo è un momento decisivo per gli insediamenti, per la sicurezza e per l’intero Stato di Israele”.
Per la seconda volta negli ultimi giorni, il ministro ha direttamente collegato il progetto all’annientamento della soluzione a due Stati.
“Lo Stato palestinese viene cancellato dal tavolo delle trattative, non con slogan, ma con azioni concrete. Ogni insediamento, ogni quartiere, ogni unità abitativa è un altro chiodo nella bara di questa pericolosa idea”, ha affermato Smotrich.
Il ministro, a capo del partito Sionismo Religioso, ha invitato il Primo Ministro Benjamin Netanyahu a “completare l’iniziativa” “applicando la piena sovranità in Giudea e Samaria, qui e ora”.
Si riferiva all’annessione formale della Cisgiordania, occupata da Israele in violazione del diritto internazionale dal 1967.
Il piano di costruzione dell’E1 risale alla fine degli anni ’90, ma la sua attuazione è stata ritardata a causa dell’opposizione internazionale.
Sia gli Stati Uniti che l’Unione Europea hanno messo in guardia i successivi governi israeliani dal portare avanti il progetto, citando il suo impatto sulla soluzione dei due stati.

“I leader europei non avranno nulla da riconoscere”

L’accelerazione dei piani sembra essere una risposta all’annuncio di Francia, Gran Bretagna, Canada e Australia della loro intenzione di riconoscere uno stato palestinese al vertice delle Nazioni Unite del mese prossimo.
La scorsa settimana, Smotrich ha dichiarato che qualsiasi stato che “cercherà di riconoscere uno stato palestinese riceverà una risposta da noi sul campo”, non sotto forma di documenti o dichiarazioni, ma attraverso la costruzione di “case, quartieri [e] strade”. Ha ribadito questa idea mercoledì, affermando: “È giunto il momento di mettere per sempre in secondo piano l’idea di dividere la terra e di garantire che entro settembre gli ipocriti leader europei non abbiano più nulla da riconoscere”.
Il progetto E1 mira a isolare le comunità palestinesi tra Gerusalemme e la Valle del Giordano, che comprende un’area storica nota come al-Bariyah, o “il deserto di Gerusalemme”, che la Palestina ha inserito nella lista provvisoria dei siti patrimonio dell’UNESCO.
“Questo significa anche che la principale via storica che esiste da oltre 3.000 anni – la strada che Gesù percorse da Gerico a Gerusalemme – sarà completamente chiusa ai palestinesi”, ha dichiarato la scorsa settimana a Middle East Eye Jamal Juma, coordinatore della campagna Stop the Wall.
L’isolamento di Gerusalemme Est da alcune parti della Cisgiordania costringerà i palestinesi a lunghe deviazioni per spostarsi tra diverse città e paesi.
Il piano è stato paragonato alla frammentazione della Palestina occupata in “Bantustan”, un riferimento ai ghetti riservati ai neri creati nel Sudafrica dell’apartheid.
“Hebron e Betlemme diventeranno un’altra Gaza, una striscia isolata dalla Cisgiordania. Ramallah sarà la stessa cosa”, ha detto Juma.

Strada dell’apartheid

A marzo, il gabinetto politico-di sicurezza israeliano ha approvato una strada separata per i palestinesi a sud dell’area E1, che collega la Cisgiordania settentrionale a quella meridionale.
La strada è stata vista come un passo preparatorio all’espansione della costruzione di insediamenti nella zona.
Secondo il piano, il traffico palestinese sarebbe stato deviato dalla Route 1, l’autostrada principale che collega Gerusalemme a Maale Adumim, riservandola principalmente all’uso israeliano.
“Il governo israeliano sta dichiarando apertamente l’apartheid”, ha affermato Aviv Tatarsky, ricercatore presso il gruppo israeliano per i diritti umani Ir Amim.
“Afferma esplicitamente che i piani E1 sono stati approvati per ‘seppellire’ la soluzione dei due stati e consolidare la sovranità di fatto. Una conseguenza immediata potrebbe essere lo sradicamento di oltre una dozzina di comunità palestinesi che vivono nell’area E1.”
Circa 700.000 coloni israeliani vivono in circa 300 insediamenti illegali in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, tutti costruiti dopo che Israele ha occupato i territori durante la guerra in Medio Oriente del 1967.
Secondo il diritto internazionale, la costruzione di insediamenti in un territorio occupato è illegale.

In ultimo leggiamo l’articolo che parla di un piano che sarebbe in discussione tra Israele e Libia per il ricollocamento dei deportati palestinesi (https://www.middleeasteye.net/news/libya-senior-official-secret-talks-israel-resettle-palestinians-gaza).
Nella prima parte si nota il dettaglio dei 30 miliardi di fondi sovrani libici bloccati dal 2011 dagli USA i quali potrebbero sbloccarli in caso di accettazione del piano. La consueta modalità di ricatto che molti popoli in giro per il mondo ben conoscono.
Nella seconda parte si ricorda che Israele ha contattato anche altri paesi africani e asiatici per discutere della faccenda.
Insomma, qualora non fosse chiaro per Israele i palestinesi sono già fuori da casa loro, si tratta solo di capire dove andranno a finire.

Esclusiva: Un potente funzionario libico in trattative con Israele per il reinsediamento dei palestinesi da Gaza

Ibrahim Dbeibah, parente del Primo Ministro Abdul Hamid Dbeibah, ha avuto colloqui con funzionari israeliani su un accordo che vedrebbe gli Stati Uniti sbloccare 30 miliardi di dollari di beni congelati, secondo alcune fonti.

Un alto funzionario del governo libico riconosciuto a livello internazionale ha avuto colloqui con funzionari israeliani su una proposta per il reinsediamento di centinaia di migliaia di palestinesi espulsi da Gaza, secondo quanto riferito da diverse fonti a Middle East Eye.
Parlando a condizione di anonimato a causa della natura delicata della questione, funzionari libici, arabi ed europei hanno riferito a MEE che il Consigliere per la Sicurezza Nazionale Ibrahim Dbeibah, parente del Primo Ministro Abdul Hamid Dbeibah, stava guidando i colloqui, nonostante i palestinesi di Gaza abbiano categoricamente respinto il piano postbellico del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump per l’enclave.
Una fonte libica ha affermato che si erano già svolti “colloqui pratici”, ma i dettagli erano vaghi.
“Non si è ancora parlato dei meccanismi e dell’attuazione”, ha affermato la fonte.
Un’altra fonte libica ha affermato che le discussioni erano ancora in corso e che i membri del parlamento di Tripoli venivano deliberatamente tenuti all’oscuro, poiché il sentimento filo-palestinese è radicato nel Paese.
La fonte ha affermato che, nel tentativo di placare alcuni leader libici, gli Stati Uniti erano pronti a concedere sostegno economico o altri benefici in cambio dell’accoglienza dei palestinesi da parte del Paese.
La fonte ha affermato che Ibrahim Dbeibah aveva già ricevuto garanzie che il Dipartimento del Tesoro statunitense avrebbe sbloccato circa 30 miliardi di dollari in beni statali congelati.
A maggio, fonti separate avevano riferito a MEE che Massad Boulos, consigliere di Trump e suocero di sua figlia Tiffany, aveva avuto colloqui con Ibrahim Dbeibah sullo sblocco di miliardi di dollari in fondi patrimoniali congelati sanzionati.
I beni erano stati congelati all’inizio del 2011 dall’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama, diversi mesi prima del rovesciamento, sostenuto dalla NATO, del leader di lunga data Muammar Gheddafi.
Boulos ha negato categoricamente di essere coinvolto nei colloqui sul reinsediamento dei palestinesi, dichiarando a MEE che le notizie erano “provocatorie e totalmente false”.
Tuttavia, la vice portavoce della Casa Bianca, Anna Kelly, ha affermato che Trump “si è a lungo battuto per soluzioni creative per migliorare la vita dei palestinesi, tra cui consentire loro di reinsediarsi in una nuova, splendida località mentre Gaza si ricostruisce”.

Alla ricerca di legittimità dagli Stati Uniti

L’idea che la Libia possa fungere da possibile nuova patria per i palestinesi espulsi arriva nel bel mezzo di notizie secondo cui a Khalifa Haftar, un potente leader militare che sovrintende anche a un parlamento fantoccio rivale nell’est del paese, sarebbe stato offerto un maggiore controllo sulle risorse petrolifere del paese se avesse accettato di reinsediare centinaia di migliaia di palestinesi.
Haftar, che ha svolto un ruolo fondamentale nella diffusa distruzione e instabilità in Libia, nonché nella conseguente guerra civile nel vicino Sudan, ha negato le notizie. Nel frattempo, lunedì, poche ore dopo aver ricevuto una richiesta di commento da MEE sulla questione del reinsediamento dei palestinesi, il Primo Ministro Dbeibah ha dichiarato che il suo governo non si sarebbe impegnato nel “crimine” di reinsediamento dei palestinesi.
Ha ribadito una frase di una dichiarazione dell’ambasciata statunitense a Tripoli di maggio, che respingeva le notizie secondo cui Washington stava perseguendo un piano di ricollocazione per i palestinesi in Libia.
Mercoledì, il suo ufficio ha dichiarato a MEE: “Affermiamo ancora una volta che non vi è alcuna intenzione da parte dello Stato di Libia di perseguire la normalizzazione con la potenza occupante e respingiamo categoricamente qualsiasi coinvolgimento nel crimine di sfollamento del popolo palestinese.
“Il genocidio in corso a Gaza costituisce una grave catastrofe umanitaria che la comunità internazionale deve affrontare con urgenza. “La pulizia etnica dei palestinesi dalla loro patria – un crimine secondo il diritto internazionale – non è la soluzione a questa tragedia”, ha aggiunto.
Israele ha pubblicamente valutato l’espulsione dei palestinesi da Gaza e la scorsa settimana il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato che i funzionari israeliani erano in contatto con “diversi paesi” per l’assorbimento dei civili sfollati dal territorio devastato dalla guerra.
“Penso che questa sia la cosa più naturale”, ha detto Netanyahu. “Tutti coloro che si preoccupano per i palestinesi e dicono di volerli aiutare dovrebbero aprire loro le porte. Cosa ci state predicando? Non li stiamo cacciando via, stiamo permettendo loro di andarsene… prima di tutto, di andarsene dalle zone di combattimento, e anche dalla Striscia stessa, se lo desiderano.”
Recentemente, il ministro dell’agricoltura israeliano, Avi Dichter, ha indicato la Libia come “la destinazione ideale” per i palestinesi, affermando che avrebbero “lasciato volentieri” Gaza se fosse stato fornito il necessario supporto internazionale.
“La Libia è un paese enorme, con vaste aree e una costa simile a quella di Gaza”, ha affermato. “Se il mondo investe miliardi per riabilitare i gazawi, anche il paese ospitante ne trarrà beneficio economicamente.”
I funzionari israeliani sostengono da tempo l’espulsione dei palestinesi da Gaza e, entro una settimana dagli attacchi del 7 ottobre, l’allora ministro dell’intelligence israeliano, Gila Gamliel, presentò al governo il suo “piano di migrazione volontaria”, in cui sperava che 1,7 milioni di palestinesi avrebbero lasciato l’enclave.
Gli spostamenti forzati, come quelli osservati a Gaza, violano il diritto internazionale umanitario, in particolare l’articolo 49 della Quarta Convenzione di Ginevra, che vieta il trasferimento forzato di persone protette da parte di una potenza occupante.
La fonte europea ha riferito a MEE che Dbeibeh e Haftar stavano “negoziando simultaneamente con gli israeliani” nella speranza di ottenere “maggiore legittimità dagli americani”.
La fonte ha affermato che se il piano di reinsediamento fosse imposto con la forza alla Libia, i palestinesi si troverebbero a passare dalla padella alla brace.
“Sarà catastrofico a più livelli”, ha affermato la fonte.
“In primo luogo, per i palestinesi stessi, che sarebbero riusciti a malapena a uscire vivi dalla Striscia e a sfuggire a una vita annientata a Gaza. Di fronte all’espulsione forzata in un paese come la Libia, che si trova in un profondo e complicato tumulto politico con governi divisi, dove i sistemi e la società sono distrutti dalla guerra civile, i palestinesi non riceveranno alcuna assistenza da quei governi, il che li spingerà verso la catastrofe successiva, [che] porterà a una nuova ondata migratoria verso le coste dell’Europa.
“E questo è anche un pensiero spaventoso, in primo luogo perché gli ultimi decenni ci hanno dimostrato che molti di loro riusciranno ad attraversare solo metà del Mediterraneo, come molte di quelle imbarcazioni che si sono capovolte.
“E quelli che alla fine arriveranno in Europa, non credo che l’Europa accoglierebbe con favore un altro milione di arabi che arrivano sulle sue coste, come i siriani che hanno compiuto viaggi simili solo pochi anni fa.”
Il funzionario arabo, che era a conoscenza degli ultimi colloqui, ha avvertito che la complicità nel piano di pulizia etnica di Israele potrebbe provocare una rabbia diffusa in tutta la Libia.
“Questo sarà uno shock per il popolo libico”, ha affermato.
Mohamed Mahfouz, analista politico libico, ha ribadito le sue osservazioni, affermando a MEE che gli Stati Uniti erano pienamente consapevoli che le discussioni sul reinsediamento dei palestinesi in Libia avrebbero potuto causare grande angoscia alle autorità libiche.
“Accettare i palestinesi potrebbe avere un prezzo elevato per qualsiasi parte che si impegnerà con gli Stati Uniti su questa questione. Questo di per sé potrebbe spiegare perché nessuno dei due governi [libico] abbia ancora normalizzato le relazioni.”

Apertura verso l’Africa

Nelle ultime settimane, funzionari israeliani hanno dichiarato pubblicamente, per poi smentire, di aver contattato i leader di tutta l’Africa e l’Asia per utilizzare i loro territori come potenziali destinazioni per l’espulsione dei palestinesi.
Sono stati ipotizzati piani per il reinsediamento dei palestinesi in Sudan, Sud Sudan e nella regione separatista della Somalia, nota come Somaliland, nonostante tutti i territori siano afflitti dalla violenza.
Il Sudan è stato colpito da un’intensa violenza dallo scoppio della guerra civile nel 2023, con circa 150.000 vittime negli ultimi due anni.
Il Sud Sudan ha faticato a riprendersi da una guerra civile scoppiata dopo l’indipendenza, con oltre sette milioni di persone che soffrono di insicurezza alimentare e almeno 2,3 milioni di bambini a rischio di malnutrizione.
Nel frattempo, il Somaliland continua a subire minacce da parte del gruppo armato al-Shabaab a causa del memorandum d’intesa della regione con l’Etiopia, uno dei maggiori nemici del gruppo. Un analista politico libico, che ha richiesto l’anonimato per timore di rappresaglie da parte di milizie filogovernative, ha affermato che “non sorprende” che Ibrahim Dbeibah stesse guidando le iniziative di sensibilizzazione con Israele.
“[Ibrahim] Dbeibah, come il governo libico, è improntato all’interesse personale. È ben consapevole dei vantaggi di ingraziarsi gli Stati Uniti e Trump.”
Sebbene la Libia non riconosca ufficialmente Israele, il governo con sede a Tripoli, noto ufficialmente come Governo di Unità Nazionale (GNU), è noto per aver tenuto diversi incontri segreti con funzionari israeliani negli ultimi anni.
Nel 2023, Najla al-Mangoush, allora Ministro degli Esteri sotto Dbeibah, incontrò segretamente il Ministro degli Esteri israeliano Eli Cohen in Italia. La rivelazione suscitò indignazione in Libia, provocando proteste furiose e la sua sospensione. In una successiva intervista con Al Jazeera Arabic, Mangoush ha affermato di aver partecipato all’incontro su ordine diretto di Abdul Hamid Dbeibah e che l’incontro era stato coordinato tra il suo governo e Israele.
L’Arabic Post ha successivamente riferito che Ibrahim Dbeibah aveva orchestrato l’incontro, citando fonti anonime.
Middle East Eye ha contattato l’ufficio del primo ministro e la GNU per un commento, ma al momento della pubblicazione non ha ricevuto risposta.

Di esempi ne abbiamo fatti tanti negli anni, ma questi tre articoli ribadiscono come per i sionisti sia scattata la “Soluzione Finale” al problema palestinese.

Tutto il resto è noia!

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