Oggi condivido un articolo che aiuta a meglio comprendere l’attuale stallo nel conflitto in corso tra USA-Israele e Iran con particolare riferimento alla posizione statunitense.
Che l’impero a conduzione USA sia in crisi è evidente a chiunque non abbia i paraocchi del tifo per questo o quell’altro campione.
Che gli stessi USA stiano cercando di invertire la tendenza che li vede abdicare mentre sorge il mondo multipolare a conduzione cinese è altrettanto ovvio.
Per fare questo gli USA sono disposti come qualsiasi altro impero che abbia dominato l’umanità ad andare anche al redde rationem con l’avversario in ascesa (vedi il richiamo alla “trappola di Tucidide” fatto da Xi Jinping in occasione della visita di Trump e soci a Pechino).
La guerra all’Iran segue la conquista del petrolio venezuelano e si unisce a questa mettendo gli USA in una posizione di forza nel commercio mondiale delle materie prime che garantiscono l’approvvigionamento energetico.
In questo senso è intrigante, e credo azzeccato, il parallelo con la crisi di Suez del 1956 che segnò la fine dell’impero britannico, ma come si ricorda nell’articolo permise a quel sistema di rigenerarsi con la creazione di un circuito di paradisi fiscali grazie ai quali in realtà quel dominio fu protratto in forma diversa con il paravento del dollaro.
Leggiamo l’articolo (https://www.middleeasteye.net/opinion/trumps-war-iran-suez-moment-not-way-you-think) e poi chiudiamo con qualche altra considerazione.
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La guerra di Trump contro l’Iran è un momento alla Suez, ma non nel modo in cui potreste immaginare.
Gli Stati Uniti stanno usando la loro fallimentare guerra contro l’Iran per monopolizzare l’energia globale e sostenere il dollaro, proprio come la Gran Bretagna usò Suez per costruire il sistema finanziario offshore che ha sostituito il suo impero.
Non essendo riuscita a sconfiggere l’Iran né a imporre la riapertura dello Stretto di Hormuz, la guerra degli Stati Uniti contro l’Iran è stata definita una “strategia disperata”, un “errore storico” e una “sconfitta strategica”.
Una recente analisi del Washington Post basata su immagini satellitari ha concluso che i danni subiti dalle infrastrutture militari statunitensi nella regione sono stati “di gran lunga superiori a quanto ammesso pubblicamente dal governo statunitense o precedentemente riportato”.
La guerra ha rivelato al mondo intero i limiti della potenza di fuoco americana, tanto che il pensatore neoconservatore Robert Kagan l’ha addirittura descritta come uno scacco matto iraniano per gli Stati Uniti, e altri l’hanno definita “il momento Suez dell’America”.
Tuttavia, tali affermazioni travisano ciò che sta accadendo, sia gli obiettivi di Trump nel conflitto, sia il significato stesso della crisi di Suez.
Nel 1956, una cospirazione anglo-francese-israeliana per occupare l’Egitto e rovesciare il suo leader, Gamal Abdel Nasser, fu sventata da una combinazione di armi egiziane, pressioni finanziarie statunitensi e la politica del rischio nucleare sovietica. Con la sua debolezza ormai smascherata, la Gran Bretagna avviò l’anno successivo il processo di decolonizzazione politica formale.
La partita era finita per l’Impero britannico. Ma una nuova partita era alle porte.
Nella sua storia della finanza offshore, “Treasure Islands”, Nicholas Shaxson osserva a proposito di questo periodo che “c’è un aspetto finanziario di questa storia che quasi nessuno conosce, perché dalla polvere e dal fuoco di Suez emerse a Londra qualcosa di nuovo, che alla fine sarebbe cresciuto fino a sostituire il vecchio impero e a portare la City di Londra a glorie finanziarie ancora maggiori”.
Verso la metà degli anni ’50, i costi del dominio coloniale diretto cominciavano a superare le entrate che esso generava. Le spese militari britanniche, dovute agli impegni coloniali, “ci hanno spezzato la schiena”, come disse l’allora Primo Ministro Harold Macmillan, con la coscrizione in particolare che rappresentava un enorme dispendio di risorse.
Il grande pericolo del ritiro, tuttavia, era che i movimenti anticoloniali rivendicassero le loro terre e risorse.
Ciò che la Gran Bretagna cercava era di cedere – o almeno condividere – la responsabilità della repressione necessaria per evitare questo esito; un ruolo che alla fine riuscì in gran parte a trasferire agli Stati Uniti, alle monarchie del Golfo e ad altri governanti militari scelti con cura in tutto l’ex impero.
Allo stesso tempo, questa nuova forma di imperialismo, snellita e basata sulla “condivisione degli oneri”, permise alla Gran Bretagna di ridurre le spese e di generare nuove entrate grazie al rilancio della City di Londra. Con l’introduzione da parte del governo britannico di restrizioni più severe sul commercio internazionale in sterline, le banche d’affari londinesi passarono semplicemente a concedere prestiti in dollari. E con un’incredibile destrezza, queste transazioni in dollari vennero considerate, a fini normativi, come non effettuate nel Regno Unito.
Ma poiché ovviamente non avvenivano in nessun’altra giurisdizione, nessun altro Stato fu in grado di regolamentare il nuovo mercato.
Il risultato fu un paradiso per i banchieri, un luogo di speculazione, prestiti e investimenti liberi da qualsiasi controllo normativo, che divenne noto come “euromercato”.
Secondo Shaxson, “fu a questo punto” – a pochi mesi dalla crisi di Suez – “che il moderno sistema offshore ebbe davvero inizio… L’impero britannico formale cedette il passo a qualcosa di più sottile… Nel momento della sua apparente distruzione, l’impero britannico iniziò a risorgere dalle proprie ceneri”.
Fu, afferma lo storico economico Gary Burn, “l’innovazione finanziaria più monumentale dai tempi della banconota”. Nel decennio successivo, l’euromercato si espanse da Londra a una serie di territori insulari a cui la Gran Bretagna si era aggrappata, creando una rete globale di paradisi fiscali – dalle Isole del Canale ai Caraibi fino agli atolli del Pacifico – che ancora oggi prosciugano il Sud del mondo, per migliaia di miliardi di dollari, gran parte dei quali vengono poi reindirizzati a Londra.
Londra aveva trovato un modo non solo per mantenere il suo dominio finanziario, ma anche per rendere il sistema coloniale mondiale molto più redditizio di quanto non lo fosse stato all’apice dell’impero.
Un nuovo impero
Come la Gran Bretagna nel 1956, gli Stati Uniti potrebbero trovarsi ad affrontare un’umiliazione militare, ma anche loro stanno creando una nuova forma di dominio finanziario.
La guerra contro l’Iran, come ha sottolineato il commentatore Richard Medhurst, fa parte di una guerra più ampia per monopolizzare le risorse energetiche globali e di una trasformazione degli Stati Uniti in quello che lui definisce uno “stato pirata”.
È in corso una presa di potere armata per il controllo delle risorse mondiali di petrolio e gas, manifestatasi in modo lampante con l’acquisizione del petrolio venezuelano da parte degli Stati Uniti nel gennaio di quest’anno, ma che coinvolge anche una guerra globale contro l’industria petrolifera russa.
Negli ultimi mesi, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno sequestrato petroliere nei Caraibi, nell’Atlantico settentrionale, nel Mediterraneo, nel Mar Nero e nel Mar Baltico, nonché raffinerie e centri di esportazione, paralizzando il 40% della capacità di esportazione russa.
Nel frattempo, il blocco navale imposto da Trump ha paralizzato le esportazioni iraniane, mentre il blocco e gli attacchi dell’Iran contro gli impianti energetici del Golfo hanno interrotto le esportazioni energetiche del Golfo. Di conseguenza, il mondo è sempre più costretto a rivolgersi agli Stati Uniti per petrolio e gas, pagati in dollari.
L’obiettivo è creare una dipendenza globale dall’energia statunitense, sostenendo così il dollaro in declino e invertendo la tendenza di lungo periodo alla dedollarizzazione.
E per raggiungere questo scopo non è necessaria né la capitolazione né la caduta dello Stato iraniano. Il blocco sta già ottenendo i risultati sperati, con le esportazioni di carburante statunitensi ai massimi storici.
Proprio come la Gran Bretagna dopo Suez, gli Stati Uniti stanno consolidando il loro dominio imperiale attraverso una trasformazione sistemica dell’ordine finanziario globale.
Eppure, il nuovo dominio del dollaro che Trump sta costruendo oggi è profondamente instabile. Le guerre necessarie per sostenerlo acuiscono le tensioni con tutti, compresi gli alleati, e di fatto si traducono in un blocco energetico della Cina.
Karl Marx avvertiva che i metodi utilizzati dalla classe dominante per superare le crisi finiscono per spianare la strada “a crisi più estese e distruttive” e per diminuire “i mezzi con cui le crisi vengono prevenute”.
Questo è esattamente ciò che Trump sta facendo oggi, con la crisi definitiva – la guerra mondiale – come rischio sempre più concreto di questa disperata scommessa.
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Sul piano economico è da vedere sul medio-lungo periodo se lo stallo porterà quei benefici che oggi vediamo nel breve alle esportazioni USA di petrolio e gas (GNL).
I dati EIA dicono che la produzione di petrolio potrebbe ulteriormente aumentare nel 2026 e 2027 (https://www.eia.gov/outlooks/steo/), ma in qeust’altro grafico vediamo un possibil lieve calo (https://www.eia.gov/todayinenergy/detail.php?id=66844).
Sui prezzi (https://gasprices.aaa.com/ e https://www.eia.gov/petroleum/gasdiesel/) è chiaro che gli scossoni portano a un aumento coi prezzi che poi si dovrebbero calmierare in seguito.
Il punto sulla produzione si dovrebbe poter fare nei prossimi mesi e questo dato ci racconterà verosimilmente se gli USA siano davvero in grado di sopportare l’aumento della domanda da parte dei paesi vassalli come quelli dell’UE o se avranno difficoltà che intendono superare grazie alle acquisizioni come quella venezuelana.
Io resto dell’idea che alla fine noi fessacchiotti ci potremmo trovare ad acquistare a prezzi decuplicati il GNL russo.
Lo stiamo già facendo, pensare però che lo si faccia permettendo che un lungo viaggio intorno al mondo di navi gasiere provenienti dalla Russia aumenti a dismisura i prezzi quando potremmo aprire il rubinetto come si faceva fino a qualche tempo fa è sempre un piacere.
Intanto non dimentichiamo mai che grazie alla sua posizione il signor Trump sta facendo e sta facendo fare una montagna di soldi a speculatori come lui. E se mi dicono di credere alla sua infermità mentale passo poiché siamo di fronte a un attore che recita la sua parte e incassa le laute prebende previste per il suo ruolo.
Appare onestamente impossibile che il sistema finanziario possa essere ostaggio di un tizio il cui giochino del pokerista di basso livello risulta essere ormai troppo evidente anche a chi non ne capisce granché.
In chiusura si ragiona sulla prospettiva di lungo termine dell’impero e si sottolinea che il metodo usato per superare la crisi potrebbe essere foriero di ulteriori e ben più gravi crisi sistemiche grzie alle quali il crollo definitivo verrebbe accelerato.
Nella mia visione di fisiologia storica la fine del millenario Impero d’Occidente, oggi a conduzione USA, è giunta e stiamo assistendo agli ultimi colpi di coda del dominus.
Manca purtroppo lo scontro frontale che presto o tardi è sempre arrivato a verificarsi.
Nel frattempo le élite dominanti si muovono nell’ombra consce della fine di un’epoca e pronte ad abbracciare il nuovo ordine mondiale a guida cinese integrato nel nuovo paradigma di dominio digitale sulle masse che come vediamo viene preparato ovunque seguendo linee direttrici ben chiare e ineludibili per ogni paese e fronte sulla scacchiera mondiale.