Condivido due articoli pubblicati su Middle East Eye il 14 e 15 luglio.
Nel primo leggiamo dell’attacco USA a un ponte ferroviario in Iran. Si dirà che questo ponte sia strategico per rifornimenti militari verso le zone di guerra? O avrà chissà quali altre valenze strettamente collegate alle ostilità, che ricordiamo sono il frutto dell’aggressione proditoria del dinamico duo USA-Israele nei confronti di un Iran che nulla aveva fatto per meritare eventuali ritorsioni, a parte essere uno di quei paesi non allineati che tanto danno noia alle nostre creature: Frankenstein e sua moglie.
Il ponte è situato a 700 miglia di distanza dai teatri di guerra, quelli lungo le zone costiere iraniane ed è un importante collegamento commerciale verso i dirimpettai asiatici, Cina compresa.
Non credo sia difficile comprendere quale sia il vero obiettivo di questo attacco.
Leggiamo il primo articolo. Qui il link all’originale: https://www.tehrantimes.com/news/528145/Why-does-Washington-target-a-railway-bridge-700-miles-from-battlefield.
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Perché Washington prende di mira un ponte ferroviario a 700 miglia dal campo di battaglia?
Quando la strategia militare si trasforma in terrorismo economico contro una nazione
Questo attacco segna una pericolosa escalation nella campagna di Washington contro l’Iran: un calcolato spostamento dal contrasto ai punti strategici marittimi allo smantellamento sistematico dei corridoi terrestri che sostengono l’economia iraniana e collegano il Paese ai suoi partner eurasiatici. Gli Stati Uniti non stanno più combattendo una guerra militare; stanno conducendo una guerra economica contro una popolazione civile, prendendo di mira proprio le infrastrutture che garantiscono cibo sulle tavole e medicine negli ospedali.
Un ponte troppo lontano: la logica strategica dietro l’attacco
Ciò che rende l’attacco al ponte di Aq-Qala così preoccupante non è semplicemente il fatto che abbia preso di mira un’infrastruttura civile, sebbene questo da solo dovrebbe allarmare la comunità internazionale. È la distanza dal campo di battaglia e la natura dell’obiettivo a rivelare le vere intenzioni di Washington. I precedenti attacchi statunitensi si erano concentrati su installazioni militari lungo la costa meridionale dell’Iran: Bandar Abbas, Sirik, Jask e Qeshm. Il ponte di Aq-Qala si trova nel nord-est, lontano da qualsiasi teatro operativo militare convenzionale.
Perché proprio questo ponte? La risposta risiede nella sua importanza geografica ed economica. Il ponte di Aq Tekeh Khan fa parte del corridoio ferroviario Cina-Kazakistan-Turkmenistan-Iran, una vitale via di terra che collega l’Iran all’Asia centrale, alla Russia e, in ultima analisi, alla Cina. Durante il blocco navale statunitense dei porti iraniani sul Golfo, questo corridoio è diventato una delle poche arterie rimaste attraverso cui il commercio iraniano poteva ancora fluire. Il traffico merci cinese lungo questa rotta è triplicato e la Russia lo utilizzava per le spedizioni di merci verso l’Iran dalla fine del 2025.
Colpendo questo ponte, Washington sta inviando un messaggio inequivocabile: non si limiterà a contestare il controllo iraniano dello Stretto di Hormuz, ma smantellerà attivamente le rotte alternative che consentono all’Iran di sopravvivere quando lo stretto è chiuso. Non si tratta di una tattica militare; è strangolamento economico mascherato da tattica militare.
La guerra dei corridoi: il vero obiettivo dell’America è l’integrazione eurasiatica
L’attacco ad Aq-Qala non può essere compreso isolatamente. Fa parte di una più ampia strategia statunitense volta a minare il ruolo dell’Iran nelle emergenti reti di trasporto eurasiatiche, reti che mettono in discussione la visione di Washington di un ordine regionale. Il ponte si trova su un percorso che alimenta sia il Corridoio di Trasporto Nord-Sud (che collega l’Iran a Russia e India) sia i corridoi Est-Ovest che collegano la Cina all’Europa attraverso l’Asia centrale.
È proprio per questo che l’attacco ha un’importanza che va oltre i confini iraniani. Con la chiusura delle rotte marittime, i collegamenti ferroviari iraniani a nord e a est sono diventati le arterie di un’architettura logistica alternativa, che si collega direttamente alle reti cinesi e russe, diventate più attive con la riduzione dell’accesso marittimo. Colpendo questo ponte, Washington non sta solo attaccando l’Iran; sta inviando un avvertimento a Pechino e Mosca, avvertendole che i loro sforzi per costruire rotte commerciali terrestri attraverso l’Iran saranno contrastati dalle bombe americane.
Come ha affermato un’analisi, gli Stati Uniti stanno spostando il conflitto “dalle rotte marittime alle catene di approvvigionamento”. L’attacco ad Aq-Qala segnala che Washington non si limita più a contestare il controllo iraniano dello stretto, ma sta iniziando a colpire le infrastrutture che consentono all’Iran di operare quando lo stretto è conteso. Si tratta di un’escalation fondamentale con profonde implicazioni per la stabilità regionale e il commercio internazionale.
Infrastrutture civili come arma di guerra
Gli Stati Uniti hanno tentato di giustificare l’attacco al ponte di Aq-Qala affermando che quest’ultimo avesse un’utilità logistica e militare. Ma questa giustificazione crolla anche a un esame superficiale. Il ponte è una struttura civile situata su una linea ferroviaria commerciale, utilizzata principalmente per il trasporto di cereali, beni di consumo e materie prime. La sua distruzione non avrebbe alcun impatto significativo sulle capacità militari dell’Iran nel sud del Paese. Il suo unico effetto rilevante sarebbe quello di interrompere l’approvvigionamento di beni essenziali alla popolazione iraniana.
Questo schema non è nuovo. Durante tutto il conflitto, gli attacchi statunitensi e israeliani hanno colpito obiettivi civili in tutto l’Iran, tra cui il Centro iraniano di ricerca spaziale, stazioni meteorologiche e impianti di radiodiffusione. Attacchi precedenti hanno ucciso 168 bambini in una scuola femminile a Minab. Il ponte di Aq-Qala si aggiunge a una lista crescente di obiettivi di infrastrutture civili che Washington ha ritenuto legittimi.
Secondo il diritto internazionale umanitario, le parti in conflitto devono distinguere tra obiettivi militari e obiettivi civili. Gli attacchi che prendono di mira intenzionalmente infrastrutture civili – o che sono sproporzionati nel danno civile previsto – possono configurarsi come crimini di guerra. Quando al Segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth è stato chiesto se gli attacchi alle infrastrutture civili iraniane potessero costituire crimini di guerra, ha liquidato la domanda definendola “ipocrita”. Tale risposta la dice lunga sul disprezzo di Washington per il diritto internazionale quando questo ostacola i suoi obiettivi strategici.
Il governo iraniano ha condannato gli attacchi come una “flagrante violazione” della Carta delle Nazioni Unite. Il Ministero degli Esteri iraniano ha accusato Washington di minare la stabilità regionale e di violare gli accordi di cessate il fuoco. Non si tratta di semplici artifici retorici, ma di descrizioni accurate di una campagna che prende di mira sistematicamente il tessuto civile della società iraniana.
Costo umano: più che mattoni e cemento
È facile parlare di ponti e corridoi in termini astratti, ridurre questo attacco a una mossa a scacchi in una partita geopolitica. Ma non dobbiamo mai dimenticare cosa è in gioco: la vita quotidiana di milioni di comuni cittadini iraniani.
Il ponte Aq-Qala si trova su una via di trasporto utilizzata per beni essenziali – cibo, medicine e materie prime – durante il blocco navale. Danneggiando questo ponte, Washington non sta colpendo un obiettivo militare; sta minacciando la sicurezza alimentare di una nazione. Le autorità provinciali iraniane hanno confermato che la distribuzione di beni essenziali non è stata interrotta, ma il messaggio è chiaro: la prossima volta, potrebbe esserlo.
La tempistica dell’attacco – durante i funerali della Guida Suprema Ayatollah Ali Khamenei, mentre milioni di iraniani si radunavano a Mashhad – aggiunge un ulteriore livello di guerra psicologica alla distruzione fisica. Le Guardie Rivoluzionarie hanno accusato gli Stati Uniti di aver preso di mira il ponte per interrompere il traffico ed esercitare pressione psicologica su milioni di iraniani. Non si tratta di danni collaterali; si tratta di intimidazione deliberata.
Che tipo di nazione prende di mira un ponte ferroviario – una struttura che trasporta grano per nutrire i bambini e medicine per curare i malati – semplicemente per inviare un messaggio politico? Che tipo di leadership ordina attacchi contro infrastrutture civili a centinaia di chilometri da qualsiasi campo di battaglia, sapendo benissimo che le uniche persone a soffrire saranno famiglie comuni che cercano di sopravvivere?
Conclusione: Un pericoloso precedente per il mondo
L’attacco al ponte ferroviario di Aq-Qala rappresenta una nuova e pericolosa fase nel conflitto tra Stati Uniti e Iran, una fase che minaccia di normalizzare il bombardamento di infrastrutture civili come strumento legittimo della politica statale. Se Washington può colpire impunemente un ponte ferroviario nel nord dell’Iran, cosa le impedisce di colpire ponti, centrali elettriche o ospedali in altre nazioni che si oppongono alla sua volontà?
La comunità internazionale deve condannare questo attacco con la massima fermezza. Le Nazioni Unite devono indagare se questi attacchi costituiscano crimini di guerra ai sensi del diritto internazionale umanitario. E le nazioni del mondo, in particolare quelle che tengono alla propria sovranità e alla sicurezza dei propri civili, devono riconoscere che il precedente che si sta creando oggi in Iran verrà applicato anche a loro domani.
L’Iran ha già dimostrato la sua resilienza. Il ponte Aq-Qala è stato riaperto al traffico ferroviario in meno di 24 ore. Ma il fatto che l’Iran sia in grado di ricostruire non giustifica l’atto di distruzione. La domanda che il mondo deve porsi – e a cui Washington deve rispondere – è questa: quando una “strategia militare” si trasforma in terrorismo economico contro un’intera nazione?
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Nel secondo articolo del 15 luglio si torna a parlare di insediamenti illegali dei coloni sionisti in Cisgiordania.
Non è una novità, ma dato che qualche buontempone continua a raccontare la balla del Trumpone contro il macellaio Bibi vale la pena di ribadire che The Donald sta tenendo fede al contratto stabilito quando ha incassato i femosi 100 milioni di dollari dalla cara Miriam Adelson per la campagna elettorale a patto di non rompere los cojones ai sionisti mentre questi si impossessavano in via definitiva di quei territori cacciando i palestinesi dalle loro case.
434 milioni di dollari per la costruzione di 34 nuovi insediamenti illegali (piùaltri 2,5 miliardi di dollari in arrivo per altri 18 insediamenti nel nord) al fine di, ci tengono a far sapere: “stroncare la terribile idea di instaurare uno stato del terrore nel cuore stesso dello Stato di Israele“.
Detto da quel Bezalel Smotrich che di terrore se ne intende fin troppo bene, insieme all’amico Ben Gvir, avendone diffuso a iosa nei cuori e nelle menti del popolo palestinese.
Leggiamo l’articolo. Qui l’originale: https://www.middleeasteye.net/news/revolution-israel-approves-funds-34-new-settlements-occupied-west-bank.
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Israele approva oltre 400 milioni di dollari per finanziare 34 insediamenti nella Cisgiordania occupata
Bezalel Smotrich afferma che l’espansione degli insediamenti ha lo scopo di impedire la creazione di uno Stato palestinese
Il governo israeliano ha annunciato martedì di aver approvato un budget di circa 1,3 miliardi di shekel (434 milioni di dollari) per finanziare la costruzione di 34 nuovi insediamenti nella Cisgiordania occupata.
Secondo l’agenzia di stampa israeliana Ynet, la decisione è stata presa dal gabinetto di sicurezza a giugno, ma tenuta segreta per timore di una reazione da parte degli Stati Uniti.
Il gabinetto aveva già approvato separatamente la costruzione dei 34 insediamenti a marzo, ma la decisione non è stata annunciata pubblicamente fino a martedì.
Con quest’ultima approvazione, il numero di insediamenti autorizzati dall’attuale governo del Primo Ministro Benjamin Netanyahu sale a 104 da quando si è insediato alla fine del 2022, riporta Ynet.
Il governo ha inoltre approvato la ricostruzione dell’insediamento di Sa-Nur, nella Cisgiordania settentrionale, a pochi mesi dal ritorno dei coloni israeliani nel sito, evacuato nel 2005 durante il disimpegno di Israele dalla Striscia di Gaza.
Il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, che all’interno del Ministero della Difesa si occupa anche degli affari civili nella Cisgiordania occupata, ha accolto con favore la decisione.
L’ha definita “la pietra angolare della rivoluzione degli insediamenti che stiamo guidando negli ultimi anni”.
Ha definito la mossa “un’importante decisione strategica per la sicurezza”, affermando che fa parte di “un’ampia iniziativa il cui scopo è quello di stroncare la terribile idea di instaurare uno stato terrorista nel cuore stesso dello Stato di Israele”, riferendosi alla creazione di uno stato palestinese.
Smotrich ha affermato che le misure, da lui promosse e approvate da Netanyahu, mirano ad accelerare l’espansione degli insediamenti in tutto il territorio occupato.
“Stiamo approvando, una dopo l’altra, decisioni di bilancio che finanziano strade, infrastrutture e ora anche edifici e roulotte”, ha affermato, aggiungendo che la costruzione dei nuovi insediamenti inizierà “la prossima estate”.
Anche il Ministro degli Insediamenti, Orit Strook, ha elogiato la decisione, definendola “la più grande mossa sionista in materia di insediamenti dalla fondazione dello Stato”.
Strook, che vive in un insediamento israeliano nella Cisgiordania occupata ed è membro del partito sionista religioso di Smotrich, ha dichiarato che “non c’è mai stata una decisione di tale portata in materia di insediamenti sionisti in tutta la storia del sionismo”.
Ha aggiunto che il governo si sta adoperando affinché “nessun luogo rimanga senza un insediamento” nella Cisgiordania occupata.
Gli insediamenti israeliani nella Cisgiordania occupata sono considerati illegali dal diritto internazionale, una posizione sostenuta dalla Corte Internazionale di Giustizia e dalla stragrande maggioranza della comunità internazionale.
Annessione
L’ultima espansione si inserisce in quella che Smotrich ha ripetutamente definito una “rivoluzione degli insediamenti” nella Cisgiordania occupata.
All’inizio di questa settimana, Smotrich e Netanyahu hanno firmato un accordo quadro con il Consiglio regionale della Samaria, impegnandosi a stanziare 8,5 miliardi di shekel (2,5 miliardi di dollari) per l’espansione delle infrastrutture nella Cisgiordania settentrionale.
Secondo Israel Hayom, è la prima volta che un governo israeliano firma un accordo di questo tipo con un consiglio regionale.
L’accordo prevede finanziamenti per 18 nuovi insediamenti precedentemente approvati dal governo, nonché per la costruzione di circa 12.000 abitazioni negli insediamenti esistenti e per l’ammodernamento delle infrastrutture circostanti.
Peace Now, un’organizzazione israeliana che monitora la situazione degli insediamenti, ha definito l’accordo “una svendita dello Stato di Israele”.
“Il governo non solo si sta prendendo gioco di milioni di israeliani e sta depredando il loro denaro a beneficio di una ristretta cerchia di coloni, ma sta anche scavando, con le proprie mani, la fossa diplomatica e di sicurezza in cui lo Stato di Israele potrebbe finire sepolto”, ha dichiarato l’organizzazione in un comunicato.
All’inizio di questo mese, Peace Now ha pubblicato un rapporto in cui si sostiene che l’attuale governo israeliano ha accelerato l’annessione di fatto della Cisgiordania occupata.
Secondo il rapporto, negli ultimi tre anni il governo ha approvato oltre 100 nuovi insediamenti e istituito 185 avamposti.
Questi avamposti controllano ora più di 1,1 milioni di dunam di terra, circa il 18% della Cisgiordania occupata, mentre i coloni e l’esercito israeliano hanno sfollato 118 comunità palestinesi.
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Alla fine siamo sempre qui a constatare che USA e Israele, vero cancro del mondo (ma mai dimenticare che li abbiamo creati noi europei per impossessarci delle ricchezze degli altri popoli), proseguono imperterriti coi loro progetti.
Da una parte gli USA che cercano disperatamente di raddrizzare la barca che affonda e (giustamente dal loro punto di vista) se ne fregano di portare morte e distruzione ovunque nel mondo.
Dall’altra i loro degni compagnucci di merende che vogliono solo una cosa, la distruzione del popolo palestinese (tolti quelli che accetteranno di restare e lavare le chiappe ai padroni sionisti) e la conquista di tutto il territorio per poi portare avanti il progetto della Grande Israele che va a braccetto con quelli di dominio economico sull’intera penisola arabica e non solo.
